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Ho conosciuto Emilio Notte poco tempo dopo il mio arrivo a Napoli nel 1944, e subito diventò un amico. Mi legava l’amore comune per l’arte, (entrambi pittori con un percorso simile) e molte idee in particolare quello sulla necessità dell’artista di vivere un ruolo che potesse essere d’aiuto nell’evoluzione della società. L’aspetto critico e di denuncia, il suo confrontarsi con le trasformazioni sociali, lo portò ad una evoluzione sia pittorica che politica che sfociò nella militanza nel PCI. |
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![]() Ritratto di Emilio Notte |
Questa scelta di campo portò certamente ad un rafforzamento dei nostri rapporti d’amicizia. Apprezzavo molto la sua pittura e questo mi spinse a chiedergli un quadro. Emilio mi propose allora unoscambio di opere. Avrebbe dipinto un mio ritratto in cambio di un suo (ritratto) da me dipinto.Ci incontrammo così varie volte nel suo studio e alla fine ci scambiammo le nostre due opere. |
Sono passati tanti anni da allora e anche per questo quando l’assessore alla cultura dott Patrizio Suma mi ha informato dell’iniziativa presa dal sindaco di Ceglie, Prof. Pietro Federico e dalla sua giunta di ricordare Emilio Notte me ne sono rallegrato vivamente e voglio personalmente ringraziare tutti per questo giusto omaggio ad una delle più rappresentative figure della vita artistica e culturale del nostro Paese.
Un saluto affettuoso
Maurizio Valenzi*
Protagonista della Resistenza Antifascista in Europa. Senatore della Repubblica. Tra il 1975 e il 1983 Sindaco di Napoli. Deputato Europeo dal 1984 al 1989.
Venuto a mancare all'età 99 anni ad Acerra il 24 giugno 2009.
Ceglie Messapica, 30 gennaio 1977 ---segue>>>
Cominciai, ancora ragazzina, a frequentare l’Accademia di decorazione dove insegnava Emilio Notte. Ogni mattina scendevo, a piedi, con mio padre dal Rione Materdei all’Accademia, quasi sempre in silenzio. Era un’intesa? Un vuoto? Io mi adattavo a quel silenzio condannato, nel quale erano possibili solo personali pensieri. Più che vicino a mio padre, io camminavo vicino al professore dell’Accademia: giunti a scuola, ognuno si metteva al lavoro per conto proprio.
(…) ...Nei locali dell’Accademia Emilio Notte aveva a sua disposizione un grande studio; lì lavorava, riceveva amici e allievi.
Le aule dell’Accademia di pittura erano al piano di sopra. E buon per noi, perché potevamo utilizzare i vasti spazi del primo piano ai quali si accedeva da un largo corridoio che in quadrilatero circondava lo spazio interno del giardino - cortile. Quel corridoio mi appariva come una strada illuminata dalla luce dei finestroni, dai quali il sole penetrava, filtrato tra le cime dei grandi alberi del giardino. Lì s’incontravano spesso i professori: lì i colloqui e le discussioni.
Emilio Notte e Gaudenzi , pittore docente della cattedra di Pittura, che affermava, non so se per celia o per convinzione, di essere “ il più grande pittore di tutti i tempi dopo Michelangelo”.
E Costanza Lorenzetti, docente di Storia dell’Arte, sempre in conflitto con Emilio Notte, le sue opinioni sull’arte ancora agganciate all’estetica del Venturi. E il buon Ciardo, e Monteleone scultore, e gli assistenti di Emilio Notte, da Amedeo Trivisonno affrescatore molisano al pittore Remigio Butera di Venezia. Dal corridoio si passava alla segreteria, dove i toni si facevano burocratici, politici, rivendicativi. Emilio Notte, “lo straniero”, dalla sua entrata nell’ambiente napoletano, era stato, fin dall’inizio, mal visto: dalla operazione del trasferimento (per ribellione dei docenti) dalla facoltà di Pittura a quella di Decorazione, alle opposizioni e avversioni per il suo tipo d’insegnamento che tagliava le tradizioni e i chiusi schemi del provincialismo passivo, immettendovi la conoscenza dei Manet, Cézanne, Renoir, e di tutti i movimenti pittorici dei primi decenni del secolo, fu per anni un susseguirsi di lotte, di dolori, e di vittorie. Gli allievi lo seguivano: i miei compagni: Mario Colucci, Antonio Franchini, Decio Zucchetti, Adele Zucchetti, Diana Luise (in seguito moglie del pittore Brancaccio).
Emilio Notte passava accanto ad ognuno, faceva parlare, discuteva, esponeva la sua visione del segno, del colore. Indicava, con gli esempi degli antichi, la struttura delle forme. Non correggeva: i suoi allievi potevano entrare e uscire dal suo studio; lo vedevano lavorare. Ciò era estremamente importante per loro.
In un clima di amicizia, Emilio Notte demoliva le vecchie immagini provinciali e le ricostruiva con le salde architetture della sua pittura: creava un ambiente nuovo, dal quale potettero partire
le varie esperienze artistiche dal ‘40 in poi. Io, lontana da discussioni estetiche e discorsi culturali, peraltro già assorbiti in casa, disegnavo e dipingevo con impegno ostinato e il senso del dovere del greco Apelle, il motto del quale avevo posto come programma del mio lavoro: “nulla die sine lenea”. Nelle aule dell’Accademia, Emilio Notte non potette mai avvicinarsi per commentare il mio lavoro, come faceva con gli altri giovani. “In quell’epoca io assorbivo talmente l’opera di mio padre da temere di essere violentata, sicchè a 15 anni, studente dell’Accademia dove egli insegnava,gli resi sempre impossibile un qualsiasi approccio da insegnante ad allievo”. 1
Dopo il primo trauma: una settimana di pianti perché Emilio Notte si era solo “avvicinato” al cavalletto dove dipingevo, mio padre mi lasciò totalmente libera di operare e decidere del mio lavoro. La sua lezione era già geneticamente troppo assorbita per sovrapporvi elementi che avrebbero portato solo intoppo a uno sviluppo mentale fluido e autonomo. Ero con gli altri, ma da sola. Non ero con lui, perché ero in lui. La sua costruzione era fondamento per la mia costruzione – entrambi leggibili e distinte.
Emilio Notte fu intellettualmente un padre intelligente, anche se, in una delle sue uscite spietate ebbe a dirmi: “ se non fossi stato il tuo professore non ti avrei fatto frequentare la scuola|”. Mescolanza di contraddizioni tra il mio castigatissimo comportamento, la difesa della figlia femmina, e la sua concezione della donna. … Ma di questa figlia si pavoneggiava in silenzio, quando i colleghi gli dicevano che “nessuno a Napoli disegnava come Adriana Notte”, e che ad Adriana mancava solo la barba per essere uguale a suo padre”. 2
E’ comunque singolare il fatto che negli anni che seguirono, in tutte le monografie, articoli, saggi su Emilio Notte vengano elencati quasi tutti gli allievi di Emilio Notte, soprattutto quelli che
anno avuto un seguente sviluppo artistico; né mai fa menzione di Adriana Notte, la figlia, coetanea degli altri e, come loro, pittrice attiva. Emilio Notte volle omettermi? Perché un tale silenzio?
Io ho fin da principio rappresentato per Emilio Notte un pericolo, come donna-artista. Come donna, la mia silenziosa integrità, pericoloso specchio della sua coscienza, lo condannava. Né io mai osai interferire nelle sue relazioni, già fin troppo denunciate da mia madre (una sola volta intervenni dopo molti anni, a proposito di una sua allieva che io avevo trovato abbracciata con lui, mentre stavo entrando nello studio). Come artista, mal sopportava che una “donna” potesse nell’arte competere con lui, maschio. Tali argomenti emergevano da comportamenti e fuggevoli battute. Il suo maschilismo era deluso che un Notte fosse una Notte.
Quando infatti, dopo molti anni, nacque Riccardo, non lo accolse a braccia aperte solo per essere figlio di Maria Palligiano che egli amò molto, ma soprattutto per l’affermazione di maschio che ha avuto una discendenza maschile. L’appoggio, l’aiuto, la spinta fu data infatti a questo figlio; a alle altre donne , amanti e non amanti, purchè egli ne desse in cuor suo una valutazione intellettualmente mediocre.
Io, dopo il suo pavoneggiamento ai tempi dell’Accademia, fui abbandonata, proprio per il fatto della grande inconfessata stima che egli aveva di me. Eppure egli sapeva quanto io avessi sempre anelato ad un rapporto di colloquio, di amicizia tra padre e figlia.
Giungevo, in casa, a mettergli nelle mani piccole lettere nelle quali dolcemente lo supplicavo di poter comunicare con lui. La risposta era il silenzio.
Questi tipi di abbandono, peggiori della violenza, incisero in modo profondo sulla mia vita. Lo lascai fare.
Ed entrai in una strana ombra, professionale e umana. E’ questa forse la ragione per cui il mio nome come figlia e come artista viene costantemente omesso (…)? E’ questa la ragione per cui Emilio Notte lasciò all’avvocato di famiglia, Enzo Del Matto, il famoso scatolone di documenti sul futurismo, da consegnare unicamente al figlio, come dono, quando costui si fosse laureato?
Spesso la storia confonde sé stessa, per la grave omissione dell’aspetto umano delle vicende. Eppure se vuole conquistare una dignità, e affinchè la cronaca degli eventi possa essere utile alle generazioni che seguono, deve essere obbiettiva nella considerazione di tutti gli aspetti di tali eventi. Allora per la loro denuncia chiara si potranno correggere errori, o potranno essere illuminate e valorizzate le conquiste e le ricchezze.
Note
1 Dalla Introduzione alla monografia di Adriana Notte, Parola segno colore, Ed. Lacaita, 1987.
2 Egli conosceva tanto le mie capacità artistiche che, avendo solo io quindici anni, mi affidò un allievo, affinchè lo preparassi all’esame di maturità artistica. Io avevo allora già strutturato un mio metodo di insegnamento e di composizione (metodo del quale mi sono servita in seguito nei miei molti anni di insegnamento): il De Rosa fu promosso all’esame di Figura Disegnata, a pieni voti.
Ripensamento sul Futurismo
In questi anni ‘80 -’90 riemerge una strana attenzione e un recupero storico del Futurismo. Forse una specie di resa dei conti alla fine di un secolo? Non con lo stesso impegno mi pare si scavi nella genesi del fenomeno futurista.
La esibizione dei manifesti: da quando si generò il bisogno di lanciare manifesti? E cos’è un manifesto? La dichiarazione ufficiale di un modo di pensare, d’intendere? Cosa spinse l’uomo, nei primi anni del ‘900, a “manifestare”, a ufficializzare il proprio pensiero usando frasari complicati, filosofici o pseudo -filosofici?
Prurito di esibizione, tensione spasmodica alla ricerca del nuovo; esaltazione dell’io, mascherata da un “noi” il cui plurale avvalora le affermazioni e si giustifica di esse entro sé medesimo? O paura dello stesso “nuovo” affermato? Immaturità di un inizio di secolo, emozionato e atterrito dal percepire un pericoloso capovolgimento di valori? Soprattutto nelle mani degli intellettuali che vissero tra il ‘10 e il ‘25 si determinò il cammino, la sbandamento, l’emersione dei poteri politici degli anni che seguirono. Quegli uomini ebbero, nel bene e nel male, una responsabilità gravissima, che solo con il superamento di questo nostro secolo si valuterà appieno. Un secolo di glorie e disfatte, di costruzioni e di demolizioni: un secolo presuntuoso, che ha troppo parlato, troppo giustificato, troppo mascherato.
La lezione di coerenza di artisti come Chagall, Klee, Mirò, Rouault, Modigliani, Casorati ed altri, non impedì agli inizi del secolo la frenetica corsa agli ostacoli di coloro che, nati allo scadere dell’ ‘800, si ritrovarono nelle mani la patata congelata, convertita poi in patata bollente, di un accademismo perbenista, tutto coerente con gli accomodamenti politici, e in stridente contrasto con le tragiche necessità di giustizia sociale.
Furono i giovani dell’Italia di allora, dal carattere tutto latino, a scandire e denunciare e infine esasperare le posizioni. Il primo Manifesto Futurista, formulato nel 1910 a firma di Boccioni, Carrà, Russolo, Severini, superando le prime frasi ingenuamente influenzate da Marinetti, e omettendo gli schiaffi e i pugni dell’8 luglio dopo il discorso di Marinetti alla Fenice di Venezia, è ancora un idillio poetico. La intuizione: “Lo spazio non esiste più”, non ha la incisività aggressiva del manifesto del ’17. di Notte e Venna. E la volontà di “moto e luce” a distruggere la “materialità dei corpi”; questo desiderio di percepire realtà intangibili oltre la realtà tangibile (con i suoi accenni ai fenomeni medianici) è estremamente aeriforme e presta il fianco ad ogni prevaricazione ed aggiunta. Da notare che al Manifesto manca la firma di Marinetti; né io credo la cosa sia da giustificarsi solo per il fatto che egli non era pittore come gli altri firmatari.
Mancano, comunque, al manifesto dei cinque pittori suddetti, gli aspetti violenti di rivolta e di esibizione che informano tutto il testo della fondazione del futurismo di Marinetti (pubblicato il 20 febbraio 1909 nel “Figaro” di Parigi): nel quale, il grande leader del futurismo, intelligente e abile poeta e scrittore, urlava: “il fiuto, il fiuto solo basta alle belve!”, e “Non v’è bellezza se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia dev’essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all’uomo…” e ancora: “Il tempo e lo spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell’assoluto, poiché abbiamo già creata l’eterna velocità onnipresente...Noi vogliamo glorificare la guerra ogni viltà opportunistica o utilitaria”
1 – sola igiene del mondo, il militarismo 2, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, la belle idee per cui si muore, e il disprezzo della donna… vogliamo combattere contro il fanatismo e contro
Ed ecco il profeta al negativo: “...vogliamo che i nostri figlioli seguano allegramente il loro capriccio, avversino brutalmente i vecchi, sbeffeggino tutto ciò che è consacrato dal tempo”. In un discorso contro l’amore, viene affermato con satanica lungimiranza: “...abbiamo sognato di poter creare un giorno, un nostro figlio meccanico, frutto di pura volontà, sintesi di tutte le leggi di cui la scienza sta per precipitare la scoperta”.
E il profetico sogno continua: “...noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa… e il volo scivolante degli aeroplani la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta”. Non v’è chi non scorga in queste parole gli atteggiamenti trionfalistici usati dal fascismo e, nella frasi precedenti, gli elementi che, lasciano esplodere tragiche, irreversibili conseguenze. Il fascismo si servì dell’- impeto rivoluzionario futurista per poi tradirlo e irregimentarlo in nuovi metodi di potere. La stessa arte che, secondo Marinetti, non può essere che violenza, crudeltà ed in giustizia, si avvilì nell’arte di regime, e ancor più accademica di quella tanto combattuta e avversata dai futuristi.
Il giovane uomo del nuovo secolo, quindi, può tutto, in tutti i campi. E il potere tanto avversato politicamente e socialmente, subdolamente e assurdamente in nome dei valori dell’arte penetra nelle coscienze. Diverrà, a livello sociale e politico, “spirito di potere”. L’inquinamento delle menti e delle coscienze si tradurrà, dopo ottant’anni, nell’inquinamento ambientale. Né le tragedie della guerra ‘15 -’18 modificarono la tensione: le vicende della Russia ne moltiplicarono gli orrori.
Intanto Apollinaire, che nel ‘13 aveva transitato nella esperienza letteraria futurista, scrive, prima di morire, nel 1918:
Certi uomini sono colline
che si rizzano fra gli uomini
e vedono lontano tutto l’avvenire meglio che se fosse il presente
più chiaro che se fosse il passato
il tempo viene che si studierà
tutto ciò che significa soffrire
coraggio non sarà
e nemmeno rinuncia
né tutto quello che possiamo fare
io dico quello che è sul serio la vita
io solo potevo cantare così
come semi cadono i miei canti.
Tacete voi tutti che cantate
non mischiate la gramigna al grano.
(da Calligrames 1918)
“ Io solo potevo cantare così”: ed è vero. Le parole di Apollinare giungevano d’un balzo alla fine del secolo. Né potevano allora essere ascoltate.
L’ottobre del ‘17 dava al mondo il nuovo Manifesto Futurista a firma di Notte e Venna (al secolo Giuseppe Landsman). Costoro, ben lontani dal volerlo, continuano stranamente a preparare la mentalità fascista e razzista: questa “sintesi lineare geometrica” che afferma ancora una volta la potenza creatrice della nostra razza, insiste su affermazioni esaltate, fin troppo ingenuamente scoperte di fronte alla nostra disincantata esperienza di fine secolo.
Nel Manifesto in questione, i termini “moderno” e “modernismo” vengono ripetuti ben quattro volte, e cinque volte il termine “ dominare”. La qualità medianica ed inventiva da “sfoggiare” è addirittura infantile. Ma non tutta e infantile ed ingenua fu la dissacrazione dei futuristi. La pomposità, la teatralità del loro atteggiamento sfociò nella ampollosa, non più ingenua teatralità fascista. L’esaltazione della “sensibilità ultramoderna” influenzata da “tutto un metodo di vita imposto dall’epoca” affondò nel suo stesso condizionamento. La ubriacatura futurista aveva reso gli artisti non più “fautori” di un percorso storico ma “succubi” di esso.
Ma, al di là e insieme a tutto ciò, la intuizione di Notte e Venna, nel Manifesto 1917, travalica la pomposità della forma, e si pone in una , allora nuova, valorizzazione e sviluppo della lezione di Cèzanne. I “punti certi dai quali dirigere le linee - forza”, (linee forza già individuate e affermate da Boccini Balla Carrà Russolo Severini nella Prefazione al “Catalogo delle Esposizioni di Parigi Londra Berlino Bruxelles Monaco Amburgo Vienna -1912”) ci immettono nel punto centrale del Manifesto:”...non è l’oggetto che ci interessa, ma la geometria che ci suggerisce”, e ancora “… gli oggetti… comprendendoli si crea un equivalente pittorico di forma”; “un equivalente lineare geometrico”.
Ecco il punto che si determina come anello di congiunzione di tutte le storie, dalle arcaiche alle moderne. Questa è la sorpresa, proposta da Cèzanne, e individuata da Emilio Notte nella sua forza costruttrice che supera ogni moda, o transitorio atteggiamento culturale.
Per queste affermazioni, Emilio Notte, partendo dal futurismo, lo ha già sorpassato, ponendosi come rivelatore della rivoluzione Cèzanniana, in quel tempo messa in disparte a favore di altri movimenti pittorici di maggior chiasso.
I tempi erano maturi per affermazioni strutturalmente più concrete: dall’affermazione dei cubisti:”il quadro è un’equazione”, a quella di Ozenfant e Le Cobusier; “… il quadro dev’essere espressione della lucida architettura universale”, a Juan Gris (1919) che cerca nel quadro “unità” attraverso le reciproche connessioni”. Emilio Notte e Venna, partendo dallo spirito futurista, hanno laintuizione geniale dell’elemento intramontabile, insito nel cuore stesso di tutte le arti di tutti i tempi: la geometria. Con un balzo all’indietro essi compiono un balzo in avanti. Futuristi, eppure non più futuristi.
Il Manifesto ‘17, oggi non ancora interamente illuminato nella sua pericolosa esaltazione e nella sua sostanziale importanza, sconcerta tanto da indurre alla dimenticanza, nei molti saggi sul futurismo elaborati da svariati autori, e ad omettere il nome di Emilio Notte nella più prestigiose esposizioni futuriste internazionali degli ultimi tempi.
L’importanza del Manifesto ‘17 risiede proprio in quella singolare definizione: “equivalente lineare geometrico”. Ogni “forma”, e “forma cromatica” si condensa e si definisce nel valore universale della “geometria”.
Emilio Notte, dunque, fu un futurista? O non fu piuttosto uno spirito geniale che abbeveratosi inizialmente di futurismo ne travalicò gli aspetti transitori, nella scoperta e fedeltà a quell’unico valore che sarà la struttura portante di tutto il suo seguente percorso pittorico? Questa ricchezza è stata il suo testamento artistico, passato nelle mani degli allievi, nonostante le apparenti spesso criticate “passeggiate” pittoriche tra i Renoir, i Picasso, i Goia, dopo il ’50.
Ma la singolarità di Emilio Notte sta proprio in questo: nell’averconservato, fino alla fine, quella struttura portante, l’unica che gli permettesse esperienze pittoriche diverse, rimanendo sempre inconfondibilmente sé stesso.
Note
1 Frase ripetuta - quasi leit motiv - nel 1915 in uno scritto agli studenti italiani.
2 Nel 1913, nel Programma politico futurista, si incita ad “una politica estera cinica astuta ed aggressiva - e all’espansionismo coloniale”, nonché al “Predominio della ginnastica sul libro” - e “l’agilità purgativa dell’olio di ricino (1916, Manifesto pubblicato su “Italia futurista”). Il partito politico futurista italiano che noi fondiamo vuole un’Italia libera, forte… tesa verso il suo grande avvenire”…
“ginnastica obbligatoria con sanzioni penali. Abolizione del Senato”. “Unica religione, l’Italia del domani”. “Svalutazione graduale del matrimonio per l’avvento graduale del libero amore e del figlio di stato”. “Espropiazione di tutte le terre incolte e mal coltivate. Vogliamo liberare l’Italia dal papato, dalla monarchia, dal senato, dal matrimonio, dal parlamento”. “L’arte nella sua purezza, non può essere capita e gustata che dagli artisti: tende fatalmente al proprio annullamento”,
Il Nodo e gli Eventi
(……) ...La pittura di Emilio Notte sembra avere una nuova svolta: la pennellata si fa più aspra e tozza – le forme si aggroviglino. Echi del primo futurismo colorano qua e là le costruzioni cromatiche. La violenza tonale ha la informità di uno sfogo del sentimento. Ritornano spesso figure tormentate di madri che piangono il figlio; immagini che si ritrovano anche nelle due grandi crocifissioni n°1 e n°2 (quest’ultima, datata 1972 (m. 4.30x2.85) fu donata il gennaio ’77 alla Città di Ceglie Messapica, paese natale di Emilio Notte, con altre nove opere, attualmente patrimonio del paese conservato nella Biblioteca Comunale – Galleria Civica intestata, per clausola di donazione, al nome di Emilio Notte – nei passati anni disatteso).
In questa opera la originalità della impostazione che vede il Cristo inchiodato e legato con grosse corde, e costretto nello spazio compositivamente preordinato, esplode, in un suo lirismo drammatico, nel ritmo geometrico delle forme. La potenza strutturale esalta gli interrogativi drammatici del dolore e della morte.
Distaccate, quasi a sottolineare il tragico isolamento del Cristo, le due figure laterali – il cieco e la madre col figlio morto – bilanciano la centralità compositiva in altrettanti blocchi statuari. E’ da notare come, nella precedente crocifissione n°1, la figura di sinistra (il povero) ha occhi aperti e mantello esiguo; mentre, in quella del ‘72, il panneggio della stessa figura si apre in ampio volume e si connota come un cieco dagli occhi vuoti.
Questa particolare immagine crea una linea di continuità con le figure de “I poveri di Prato” (1909) e de “Le Beghine” (1913), non tanto per la impostazione formale ora nutrita e arricchita di tutta l’esperienza pittorica passata, quanto per l’empito del sentimento di un dramma che non ha soluzione.
In una intervista di Nino D’Antonio a Emilio Notte, quest’ultimo dichiara, a proposito delle sue crocifissioni: “La gente che soffre è tanta, e spesso per ragioni che è difficile accettare: la guerra, la violenza. lo sfruttamento, l’ingiustizia. E chi più di Cristo può rappresentare tutto questo? Un Cristo a dimensione umana, con la faccia brutta perché il dolore sconvolge i lineamenti, e con il corpo spezzato e senza armonia. Un Cristo che non aspetta di salire al cielo, ma che al dolore della morte aggiunge quello di non sapere se il proprio sacrificio servirà a qualcosa”. “A questopunto, gli puoi dare il volto che vuoi; quello di un disoccupato, di un emigrante, di un minatore…” Ma, qualsiasi cosa Emilio Notte dichiari, il suo Cristo non ha “faccia brutta”: è bensì costruito con una potenza disegnativa che manifesta un pensiero universale, molto oltre la tragedia terrestre. Ma di ciò Emilio Notte era consapevole? Suppongo di sì: ma il confessarlo avrebbe equivalso ad aprire quelle porte che Emilio Notte per tutta la vita tenne ben serrate.
Una nuova storia dunque…Escono sulla sua opera importanti Monografie: di Prisco, Crispolti, De Micheli, Emilio Notte (la Nuova Foglio, 1974); di Sangiorgi Ruju Maiorino, Trapani, Emilio Notte (Ente Premi Roma, 1974); di Mario Maiorino, La vicenda di Emilio Notte (La Nuova Foglio, 1974); dieci litografie nel volume Eugenio Montale 50 anni di poesia (Ed. Mondadori, Gallimard, La Nuova Foglio, 1972); di Nino D’Antonio (e altri), Incontri con Emilio Notte, (Bassano del Grappa, 1977); e vari altri saggi su Emilio Notte, nonché articoli e critiche.
Poema per Emilio Notte
I*
Tra gli ulivi e il vento
la nascita.
E ancora infante - i boschi
di S. Angelo.
Tra canti agresti e fragranze
di pane - e camini e neve
si rivela il dono
delle piccole mani.
Al figlio
dell’impiegato
altra sorte. Emilio
va col profumo d’erba
sotto la pelle.
Fuoco
innocente all’inizio
del secolo.
II
E fu conoscenza d’arte.
S’aprivano albe
inattese - e insopprimibile voglia
d’arcobaleni.
Stupiva - il fanciullo
dell’opera delle sue mani.
I* Emilio Notte nacque a Ceglie Messapica il 30 gennaio 1891. La famiglia si trasferisce poi a S.’Angelo dei Lonbardi.
III*
Così lo amavano
innaffiando con buona acqua
il virgulto. Cresceva
Il ragazzo -
e l’arte -
né sapeva
quanto correre d’anni
nel secolo atroce
e sublime.
IV*
Vecchiezza e povertà perforavano
mente e cuore.
Ardeva
la grande tela ai colpi
del pennello impietoso. Perché
perché la miseria - perché le stagioni
aride sulla pelle
dell’uomo – perché
lagrime cecità infamia.
Emilio
s’arrampicava
sulla rupe aspra
della storia.
III* Emilio fu mandato dal padre a lezione di pittura.
IV* Si fa allusione al periodo di Prato e alle pitture: “I vecchi” e “Le beghine”.
V
Cadenza di fiamme
vortice nel percorso
di anni
pregni
di fragilità ataviche e violenza
di un nuovo
crudele. Lambiti da fiamme
piedi mani cervello
i giovani scalpellano
il giovane secolo.
VI
Gli occhi
ardenti strutturano
esaltazioni. Precipitano
nella storia
come slavina da vette
incorrotte.
Nel Futurismo sobbalzano
scuotono
fondamenta né sanno
gli echi di troppo osare.
VII*
S’addormentarono
molti
fra gli scoppi
delle granate. Nel fango
tra i pidocchi e lo strazio
si consumava la follia
della guerra.
VIII
E fu nuova
estasi il canto
della pace. I sopravvissuti
puramente colmavano i solchi
del dolore.
Chagall Klee Notte Mirò… i puri
dissodavano i campi
deserti.
VII* Riferimento alla guerra ‘15 -’18.
IX*
Per poco.
Il potere - falco triviale
avido divorava le purità i sogni
rimestava illusioni
e giovanili errori -
la baldanza innocente
si fa lussuria e violenza - clown
con la faccia dipinta
ove è permesso
ogni addobbo
osceno.
X*
Emilio Notte
proiettato in altra
battaglia
in altro male affonda
le mani.
Le mani ricolme di linfa
nuova
dissotterra radici semina
non raccoglie – raccoglie -
e ancora sparge
concime - e vita.
Luminosa vita
dell’arte esplode nel cuore
di Napoli.
E’ Maestro
irradiante libero
arcobaleno.
IX* Riferimento all’avvento del fascismo.
X* Ci si riferisce al periodo napoletano di Emilio Notte..
XI*
E ancora nube
sulla storia degli uomini.
Il potere gridava
progetto
di distruzione. Il mondo
ardeva
nella fiamma immonda.
Lagrime e sangue
non bastarono a spegnerla.
Follia
azzannava la pelle.
L’urlo del sangue
deflagrava tra i popoli.
XII*
L’arte – povero gemito -
sotterraneamente tubava.
Ancora
fecondava le menti.
Notte
era aquila dolente. Riprese
- nella potenza vitale -
le costruzioni degli
Arcobaleni. E se la morte*
infieriva - le mani -
le mani danzavano sulla tela
col ritmo furente
del guerriero
inesausto. Emerge
geometria - amante antica -
ad amarlo.
XI* Riferimento alla guerra ‘40 / ’45.
XII* Periodo che va dal ’50 al ’70
* La morte della seconda moglie Maria Palligiano.
XIII
E il vegliardo
passava la sua vecchia mano
sulla barba.
Gli occhi acuti scrutavano.
Affondato
nella sua storia
covava l’amaro
e la gloria. Né alcuno
conosceva i moti
del cuore. Solo il pennello
rivelava.
XIV*
Fu strana mattina
Ai suoi occhi nuovi calati
nella morte.
Linea chiara
di eventi
lungo il profilo
purissimo. Il silenzio
fu la veste di nozze.
Nella palma s’agita
l’interrogativo del secolo. Forse
misteriosi incontri
spiegarono.
XIV* Emilio Notte muore il 7. 7. ‘82.
novembre 1993
Adriana Notte